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Responsabile Serviti Territoriali Cooperativa Samidad - Lanciano (CH)
PUBBLICATO IL: 10 AGOSTO 2022
I temi trattati durante la video intervista sono:
Rapporto tra Povertà e Disabilità nei Bambini
Inclusione dei Bambini nel Contesto Scolastico e Sociale
Rapporto tra Pandemia e Adolescenza
Mezz'ora con... affronta il delicato tema della povertà e disabilità nei bambini, dell'inclusione dei bambini nel contesto scolastico e sociale e del rapporto tra pandemia e adolescenza.
Anna Lucia Centra, responsabile dei Servizi Territoriali della Cooperativa Samidad di Lanciano (CH), ha risposto alle domande di Alessandro Germano del team di CariGest.
Se vuoi puoi anche leggere la trascrizione dell'intervista in questa pagina o ascoltarla sul nostro Podcast Spotify
Di seguito puoi leggere la trascrizione dell'intervista
Alessandro: "Mezz'ora con..." è lo spazio di CariGest dedicato a incontrare chi, come la nostra ospite di oggi, Anna Lucia Centra, svolge un ruolo sociale importante offrendo la propria opera e il proprio contributo per fare la differenza nella comunità.
Anna Lucia Centra è laureata in sociologia e impegnata da oltre 20 anni con la cooperativa sociale Samidad di Lanciano, per la quale è responsabile dei servizi territoriali, dell’ufficio gare appalti e della casa famiglia Pegaso.
Lucia è esperta in ricerca e progettazione sociale.
Per questo e per il suo impegno con la cooperativa è certamente la persona giusta con cui affrontare il delicato tema della povertà e disabilità nei bambini, dell'inclusione dei bambini nel contesto scolastico e sociale e del rapporto tra pandemia e adolescenza.
Oggi è necessario sottolineare la necessità di contrastare la povertà in qualsiasi forma si manifesti. La povertà ha carattere multidimensionale, quindi non si misura soltanto in termini di disponibilità economica, ma anche come privazione nell’opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare capacità, talenti e aspirazioni.
Quando la povertà colpisce i minori nei primi anni di vita si insidia uno svantaggio in un momento di particolare vulnerabilità della loro esistenza. Uno svantaggio influenzato dalla situazione socio-economica familiare e da altri fattori quali ad esempio la disabilità.
In merito proprio a questa riflessione ci parli di quale sia il rapporto tra disabilità e povertà nel contesto dei bambini?
Anna Lucia Centra: Voglio cominciare con una riflessione un po’ più ampia soprattutto in riferimento a quella che è la situazione socio-economica che ci troviamo a vivere sia a causa del post-pandemia, sia a causa della crisi energetica che sta riguardando il nostro Paese. Noi dobbiamo cominciare a fare una differenza tra ciò che è il significato di povertà e ciò che è invece indigenza. Indigenza perché abbiamo situazioni sociali e contesti familiari in cui parlare di povertà è riduttivo. Se la povertà educativa presuppone l'esistenza di mezzi a livello familiare o di contesto sociale che non si sanno utilizzare o si utilizzano impropriamente, nel caso dell’indigenza si ha l'assenza completa di mezzi. Quindi penso che il sistema dei servizi sociali, il sistema della comunità in cui un bambino vive deve cominciare a fare i conti proprio con queste situazioni.
La povertà educativa sicuramente è una situazione che si può affrontare meglio. I programmi nazionali e i fondi specifici mettono a disposizione risorse economiche per i territori affinché si pongano in atto azioni di contrasto alla povertà educando la comunità, quindi con interventi a sostegno delle famiglie ma anche del territorio perché la povertà, intesa come uso improprio dei mezzi a disposizione, va affrontata a 360 gradi. Invece ritengo che ora bisogna cominciare a fare i conti con l'indigenza, cioè con situazioni di estrema povertà in cui non si hanno nemmeno i mezzi per accedere al mondo della cultura, dell’istruzione - parlo dell'istruzione superiore, dell'istruzione universitaria -, dei costi energetici. I costi degli aumenti dell'energia, gli effetti della pandemia hanno avuto sicuramente una ripercussione notevole per quanto riguarda lo stato delle famiglie. Insieme a questo chiaramente ci sono le classiche situazioni che storicamente conosciamo.
Per quanto riguarda la disabilità, io ho un concetto un po’ strano a riguardo: per me i disabili sono tutti perché non categorizzo le persone per disabilità; io parto dal principio che tutti siamo disabili o potenzialmente disabili nel senso che la disabilità può essere acquisita durante il corso della vita, pensate ad incidenti stradali, a malattie o ad altre situazioni. Quindi bisogna partire da un approccio di uguaglianza rispetto alla condizione dell'essere umano cioè l'essere umano è tale e non si categorizza con “persona disabile” o "normodotato". É chiaro che nel sistema sociale in cui viviamo questa categorizzazione fa comodo perché fa parte del linguaggio comune. Il problema è che approcciamo questa “condizione” o “categoria sociale” con strumenti a mio avviso parziali e dico questo perché la disabilità non è una condizione fisica quanto invece una condizione ambientale. É una condizione che l'ambiente porta ad accentuare e a cronicizzare.
Quando si parla di povertà educativa associata alla condizione di disabilità chiaramente dobbiamo fare i conti con l'ambiente: molte occasioni sociali, molte occasioni di crescita e di sviluppo cognitivo in senso adeguato all'età e alla condizione del bambino, sono motivati proprio dall'ambiente. Certe attività che un bambino potrebbe tranquillamente fare non possono essere fatte proprio perché è l'ambiente circostante che ne condiziona lo svolgimento. Per fare un esempio basilare, il semplice uscire di casa da soli, sebbene se ne abbiano le possibilità, non può avvenire per via delle barriere architettoniche, per via di una società in qualche modo pensata e articolata sulla persona, passatemi il termine, “normale” e dunque, chiaramente non può essere vissuta da un bambino che ha delle disabilità importanti o meno.
La collettività tutta non è matura per affrontare il tema e nonostante si siano fatti tantissimi sforzi non è ancora pronta per pensare ad un mondo diverso che permetta a ciascuno di vivere la città autonomamente, ad esempio. La città dovrebbe essere pensata a misura di bambino così come le risorse della scuola, le risorse dell'oratorio, le risorse del condominio della casa, quindi dell'urbanistica in generale dovrebbero essere pensate a misura di bambino perché ciò che un bambino può fare può essere fatto da tutti. Pensare che tutti un giorno potremmo potenzialmente essere disabili in termini egoistici dovrebbe spingerci ad una programmazione più vivibile degli spazi, della città, della scuola. Pensiamo anche alla persona anziana che ha una mobilità, per tante possibili cause, limitata che non può scendere le scale del proprio condominio perché non è presente l'ascensore o perché non è presente uno scivolo; questo potrebbe diventare una limitazione della libertà personale. Questa limitazione diventa ancora più importante perché limita l'accesso a possibilità di crescita, di sviluppo, di socializzazione, di fruire di tutte le opportunità formative che la scuola, la città offre a tutti.
Esiste una legge già da tanti anni sulla eliminazione delle barriere architettoniche. Basti pensare che l'agibilità di una qualsiasi struttura è data solo se non vi sono barriere architettoniche si capisce bene che l’idea di utilizzare il 110 % per un qualcosa che già c'è o che dovrebbe esserci è un po un controsenso. Dunque le leggi ci sono, ma io pongo la questione in un altro modo: ogni settore delle istituzioni lavora bene per sé, quindi la scuola per la scuola, l'urbanistica per l’ urbanistica, il servizio sociale per il servizio sociale; ritengo che invece dovremmo partire da un discorso intersettoriale e interdisciplinare, cioè dovremmo guardare all’ individuo in maniera olistica, globale, considerare quello che è l'uomo all'interno della collettività di una città e solo ragionando in maniera intersettoriale si riesce a garantire al cittadino una vita migliore. Una persona che sta bene, che vive bene nella propria città difficilmente delinque, difficilmente si fa del male in diversi modi tra cui il ricorso all’uso di sostanze più o meno lecite. In altre parole, il benessere si può ottenere solo ragionando in maniera multidisciplinare, intersettoriale, mettendosi d'accordo su un obiettivo. Se tutti lavorano per il benessere della persona, dunque non ragionando per obiettivi di settore, penso che qualcosa di diverso si possa fare.
Alessandro: Cosa ritieni sia fondamentale per favorire una reale inclusione a livello scolastico? E più in generale sul piano sociale?
Anna Lucia Centra: La cooperativa Samidad gestisce da diversi anni l'assistenza specialistica scolastica che è un servizio socio-educativo rivolto ai bambini con disabilità, portatori di handicap a norma della legge 104 e quello che abbiamo notato nell'ultimo decennio è una crescita esponenziale delle condizioni di disabilità legate soprattutto a disturbi di ordine psichico, generalmente definite “autismo”. Io parto dal presupposto che per realizzare la nota inclusione bisogna cominciare a pensare alla rovescia, cioè rovesciare i canoni di interpretazione della realtà. Noi pensiamo all'inclusione come un processo attraverso il quale la disabilità il bambino disabile deve essere incluso nella classe, bisogna cambiare i termini: la vera inclusione cioè quando la persona viene riconosciuta per quella che è e non per quella che dovrebbe essere. Ad esempio consideriamo il caso di un bambino sordo parlo di ipoacusia, non è detto che il bimbo in questione debba parlare “la lingua di tutti”, facciamo il processo al contrario e cominciamo noi “normali” a fare un percorso di apprendimento della LIS per esempio oppure il linguaggio labiale. Il processo di inclusione non è unidirezionale, le due istanze devono incrociarsi.
Porto un altro esempio di un’esperienza di molto tempo fa in Francia: in una fabbrica molto numerosa, chi stava alla catena di montaggio erano persone sorde. La persona sorda non sente il rumore e quindi può lavorare in determinati tipi di ambiente, ma soprattutto in quel caso si è realizzato quello che è un obiettivo di vita e cioè il lavoro anche per le persone con disabilità. La persona è stata messa nella possibilità di esercitare dei diritti fondamentali come il lavoro e la libertà. Chiaramente questo va riparametrato sulla condizione di ciascuno però bisogna pensare in maniera decisa a quel che la persona può fare, non a quello che non può fare. In questo modo il focus è sulle abilità sociali e si può lavorare per potenziare le abilità sociali, relazionali, lavorative di ciascuno. Si tratta di lavorare sulle abilità non sulle disabilità. Si tratta di essere valorizzati per quello che si è.
Alessandro: Alla luce di quanto detto finora e di quanto tocchi con mano attraverso l’operato della Cooperativa, è possibile fare un bilancio delle conseguenze della pandemia? Se sì, qual è?
Anna Lucia Centra: Il lavoro non si è mai fermato durante il lockdown. Per quanto riguarda la scuola, a seguito delle chiusure anche il contatto con i bambini che seguiamo durante tutto l'arco dell'anno scolastico si è arrestato. Il primo effetto del lockdown è stato lo smarrimento, la sensazione di perdita di qualsiasi tipo di certezza rispetto a quello che facevamo nel quotidiano. L'assistenza, l’accompagnamento educativo, il confronto con le istituzioni si è improvvisamente interrotto. Devo fare una differenza tra bambini del mondo scolastico e bambini che invece curiamo e accompagniamo nel loro percorso di vita in casa famiglia qui. Siamo ritornati a seguire i bambini che seguivamo a scuola successivamente grazie anche a un percorso di coprogettazione, di interventi alternativi con i comuni con i quali lavoriamo pensando ad interventi educativi diversi. La tecnologia ci ha aiutato tantissimo a mantenere i rapporti ed anche a sviluppare competenze perché è vero che il lockdown ha portato delle conseguenze importanti ma è anche vero che ha portato delle conquiste da un punto di vista di abilità non indifferenti. Mi riferisco agli strumenti multimediali, siano essi cellulare, tablet, computer, eccetera. Da un punto di vista relazionale si sono sviluppati altri tipi di relazione, ma noi abbiamo sempre cercato di coltivarle. Inoltre il danno che ha provocato il lockdown rispetto alle relazioni è da considerarsi parziale perché il fenomeno dell'isolamento sociale è presente dal 2010, da allora la sindrome dell’isolamento ha cominciato a comparire nel mondo dei bambini, degli adolescenti, ma anche negli adulti. Il lockdown non ha fatto altro che cronicizzare dei processi e delle situazioni già in atto. Per la precisione si tratta del fenomeno dell’hikikomori che nasce nei paesi asiatici, soprattutto in Giappone. I bambini e gli adolescenti sono molto colpiti, ma non è raro trovare persone adulte con sindrome di isolamento sociale e qui torniamo di nuovo alla questione dell’ambiente.
Per quanto riguarda il mondo della scuola noi abbiamo cercato di coltivare la relazione non fisica, anche perché il contatto fisico era vietato quindi la fisicità non si poteva praticare e anche adesso sconsigliata, ma il tentativo è stato quello di trovare forme alternative per coltivare la socialità.
Per quanto riguarda invece i bambini che sono in casa famiglia gli effetti del lockdown sono stati un po’ pesanti ma penso che loro siano stati molto più fortunati di tanti altri perché sono stati sempre insieme e hanno avuto modo di vivere immersi nel verde della nostra sede e coltivare quelli che poi sono diventati veri e propri hobby. Qualcuno ha addirittura superato tante difficoltà che aveva a scuola proprio perché gli educatori li hanno accompagnati da un punto di vista didattico per tutto il giorno. Hanno potuto conoscere meglio sé stessi in un ambiente favorevole. Di nuovo, l’ ambiente è un elemento fondamentale per garantire un adeguato sviluppo ai bambini ma anche agli adulti ed agli anziani. Un ambiente carente chiaramente apporterà dei deficit importanti.
Gli effetti negativi chiaramente ci sono stati ma io sono un’ottimista e ritengo sia necessario fare un bilancio. Ciò che ci permette di progredire, di andare avanti da un punto di vista proprio nell'essere umano, è riuscire a fare un bilancio delle esperienze e analizzare queste esperienze per ciò che hanno prodotto. Chiaramente gli effetti negativi ci sono stati soprattutto da un punto di vista socio-economico se penso a tutte le attività commerciali che hanno subito da un punto di vista economico-finanziario un tracollo irrecuperabile. Queste cose non si possono sottovalutare e adesso noi dobbiamo avere la forza, l'intelligenza e la maturità per risollevarci e per risollevarci abbiamo bisogno di ottimismo, di positività, di capacità anche di saper rivedere la propria vita in termini costruttivi. C'è chi durante la pandemia si è completamente rivisto, ha cambiato attività. Questo si chiama progresso in termini di contemperare il positivo con il negativo, fare un bilancio e da questo bilancio ripartire ed è quello che dobbiamo fare.
Alessandro: Finora abbiamo parlato di bambini, ma c’è un altro gruppo di persone nella fascia giovane della società che ha senso citare; sto parlando degli adolescenti. In che modo il lockdown ha coinvolto loro, le loro opportunità e la loro educazione.
Vale lo stesso per la fascia più anziana invece?
Anna Lucia Centra: Sicuramente gli adolescenti sono coloro che hanno risentito di questa situazione in maniera più pesante perché l'adolescenza è un periodo in cui si fanno delle esperienze che poi non si faranno mai più nella vita, il primo appuntamento, la scappatella, la prima sigaretta, tante “trasgressioni” che ci fanno crescere, che hanno un valore esperienziale irriproducibile in altre fasi della nostra vita. Quindi gli adolescenti hanno perso queste opportunità dato che la socialità riveste un aspetto molto importante e che ne sono stati privati. D’altro canto hanno imparato molto altro: il computer non esiste solo per giocare ma esiste anche per comunicare, per studiare, per scambiarsi compiti. Uno degli aspetti “positivi” del lockdown è che abbiamo finalmente tutti raggiunto una certa abilità nell'utilizzo dei sistemi informatici. Prima era impensabile fare una riunione online oppure evitare le file.
La persona anziana ha imparato a fare la videochiamata con i propri nipoti, c’è stato un processo di alfabetizzazione digitale per loro.
L'anziano è vicino anche alle persone lontane, l'adolescente seppur con modalità alternative, parla. Molto spesso attraverso lo schermo si superano anche tante inibizioni che un adolescente potrebbe avere con il contatto diretto. L'adolescente che ha magari rapporto difficile con la propria con fisicità, con la propria corporeità, riesce a superare queste cose con il contatto video, al contrario di quanto accade con il contatto in presenza.
Alessandro: Pare di capire che ci sia un bilancio tutto sommato positivo pur considerando le perdite che abbiamo subito purtroppo, dovute anche in parte alla nostra impreparazione ad affrontare un'emergenza sanitaria. Lo scopo di questo progetto è quello di fare rete. Dunque un ringraziamento particolare va a Lucia Centra per la partecipazione, anche a nome di chi vorrà far tesoro di questa testimonianza.
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