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Mezz'ora con...
Livia Brembilla

Responsabile Centri di Ascolto Caritas Diocesana di Bergamo

PUBBLICATO IL: 3 NOVEMBRE 2022

I temi trattati durante la video intervista sono:

Emergenza Ucraina
Chi si rivolge alla Caritas
Aiuti Adottati

4 NOVEMBRE 2022 - Ore 11.00 - Incontro Online

Per "Mezz'ora con..." intervistiamo Livia Brembilla sull'importanza di assistere chi è colpito dalla nuova emergenza derivante dal conflitto russo-ucraino.

Livia Brembilla, responsabile dei Centri di Ascolto della Caritas Diocesana di Bergamo ha risposto alle domande di Alessandro Germano del team di CariGest.

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Se vuoi puoi anche leggere la trascrizione dell'intervista in questa pagina o ascoltarla sul nostro Podcast Spotify

Di seguito puoi leggere la trascrizione dell'intervista

Alessandro: "Mezz'ora con..." è lo spazio di CariGest dedicato a incontrare chi, come la nostra ospite di oggi, Livia Brembilla, svolge un ruolo sociale importante offrendo la propria opera e il proprio contributo per fare la differenza nella comunità.

Livia Brembilla, laureata in sociologia, è impegnata nel lavoro con la Caritas Diocesana Bergamasca da 17 anni. 

Livia ha gestito per molti anni l’osservatorio della povertà e delle risorse per poi assumere anche il ruolo di responsabile di area comunità, l'area che si occupa di accompagnare e formare i volontari dei centri di ascolto e delle caritas parrocchiali, proporre percorsi di animazione alla carità e sensibilizzazione ai temi caritativi.

Per la sua posizione Livia è certamente la persona adatta con cui analizzare l’impatto che l’emergenza bellica ha avuto e continua ad avere sulla povertà e sulle necessità di chi è più fragile.

Lo stato di emergenza posto in essere dalla pandemia è terminato lo scorso marzo. Tuttavia considerando il periodo storico e gli avvenimenti a cui stiamo assistendo, pensiamo in particolare al conflitto russo-ucraino, si ha la sensazione che la situazione emergenziale non stia cessando. È davvero così? 

Livia Brembilla: Bisogna fare alcune distinzioni nel senso che la pandemia e le conseguenze sociali psicologiche che la stessa ha determinato hanno effettivamente creato una sensazione di affaticamento e una voglia di tornare ad una situazione considerata di normalità sia nelle persone senza fragilità sia, in particolare, nelle persone con fragilità. 

Lo scoppio della guerra in Ucraina il 24 febbraio scorso ha di fatto sorpreso la maggior parte di non addetti ai lavori o non esperti di politica internazionale attivando da un lato una risposta immediata di grande solidarietà per quanto riguarda la nostra provincia, ma dall'altro acuendo, soprattutto nei primi mesi, la percezione di insicurezza e la preoccupazione delle conseguenze di quella guerra. 

L'arrivo, poi, dei profughi ucraini ha fatto sentire ancora più vicino il conflitto e la difficile comprensione degli sviluppi della guerra mantiene forte la sensazione di precarietà della vita, per cui di fatto non si sa che cosa potrebbe succedere tra pochi mesi. Questo però non ha impedito a molte persone e anche a molte comunità parrocchiali cristiane di aprire le case - case private o le case parrocchiali -  e ospitare i profughi ucraini, attivando di fatto una solidarietà diffusa che è nata dal dare una mano a chi in questo momento ne ha più bisogno. Per cui nella situazione di precarietà comunque noi abbiamo visto un'apertura nell'aiuto e nel sostegno ai profughi ucraini ed è stato qualcosa di cui come Caritas abbiamo potuto godere e di cui abbiamo potuto anche stupirci.

Alessandro: Quali situazioni state incontrando e dove state riscontrando un maggiore bisogno di aiuto?

Livia Brembilla: Di fatto Caritas incontra povertà a livello trasversale perché nel lavoro diocesano, quindi all'interno del centro di ascolto diocesano, si incontrano maggiormente povertà che riguardano la grave marginalità, mentre all'interno delle parrocchie, quindi i centri di ascolto parrocchiali, si incontrano povertà che riguardano famiglie e i tipi di problematiche che colpiscono le famiglie. Per cui Caritas trasversalmente incontra diverse fasce di età e diversi tipi di povertà.

La questione alloggiativa però è in generale nella nostra provincia diventata sempre più complessa e di difficile soluzione anche e soprattutto a seguito della pandemia. In questo momento noi stiamo riscontrando come problema forte e grave proprio la questione casa, l'abitare. Le situazioni che arrivano sono differenziate e colpiscono diverse fasce di popolazione, in particolare, semplificando la realtà delle cose, tre fasce di popolazione: la prima è quella delle persone in grave marginalità di cui ho accennato prima che di fatto non hanno un alloggio e che spesso hanno anche situazioni di compromissione per uso di sostanze come alcol o droghe che caratterizzano anche la vita di strada. Le progettualità per queste persone però si stanno avviando anche a seguito dell'attivazione di bandi europei derivati dai bandi dei PNRR. Si chiamano PRINS cioè Progetti di Intervento Sociale e servono per la realizzazione di azioni di pronto intervento sociale a favore  di persone in condizioni di povertà estrema o marginalità. Questi progetti sono finanziati dall’ iniziativa REACT-EU che deriva sempre dagli interventi di contrasto agli effetti del Covid-19. Dunque torniamo sempre al fatto che la pandemia ha determinato una serie di cose però ha fatto in modo che l'attivazione di questi progetti creasse un movimento per cui i diversi ambiti territoriali in cui è suddivisa la provincia hanno iniziato a prendere in mano questo discorso che prima veniva praticamente delegato completamente alla città, cioè gli ambiti espellevano le persone senza dimora, in grave marginalità facendole di fatto confluire tutte in città dove c'erano i servizi mentre territorialmente non veniva attivato nulla. Invece ora su questo tema sta cominciando a crearsi un movimento dato anche dalla possibilità di accesso al bando che crea attenzione sui territori per questi tipi di persone.

La seconda categoria invece in grave difficoltà alloggiativa sono le famiglie o le persone sotto sfratto o con casa all'asta che avrebbero però bisogno di percorsi di accompagnamento educativo per evitare che una volta riavuto un alloggio dopo mesi o periodi di grande difficoltà reiterino le stesse fatiche nella gestione della casa.

La terza categoria invece sono le persone che hanno un'entrata e che cercano un alloggio in affitto perché non avrebbero accesso ad un mutuo, dato che per la maggior parte sono persone monoreddito che però hanno dei redditi che possono sostenere un affitto. La pandemia nella nostra provincia ha acuito in maniera fortissima il divario tra locatori e locatari; si è accentuata questa forbice soprattutto in termini di fiducia: chi ha una casa non si fida più ad affittarla, in maniera ancora più radicale rispetto al pre pandemia, nemmeno se la famiglia ha delle garanzie, cioè se ha un'entrata, un lavoro a tempo indeterminato o se un ente come può essere Caritas garantisce per lei. Di fatto quindi si tratta di ricostruire una rete di fiducia che consenta a chi ha la possibilità di accedere a una casa in affitto di accedervi e a chi affitta di farlo in maniera sicura.

Come Caritas abbiamo iniziato un'interlocuzione con gli enti pubblici per lavorare su questi temi proprio perché li sentiamo fortemente urgenti e toccano moltissime persone che si rivolgono a noi. 

A tutto questo bisogna anche associare la situazione particolare dei profughi ucraini che chiedono alloggio, anche temporaneamente perché spesso dove sono stati ospitati si trovano in condizioni di sovraffollamento o in case che ovviamente non sono adeguate. Quindi chiedono di fatto alloggio andando a sommare la loro domanda a quella di tutte le altre persone, come descritto in precedenza.

L'interlocuzione è partita, ma si tratta di un argomento che si sta rivelando molto più complesso dell'argomento lavorativo. Anche quest’ultimo è un tema che tocca molto le persone che Caritas incontra e che speriamo di riuscire piano piano a far ripartire per dare una speranza e una possibilità a tutta una serie di persone che potrebbero tranquillamente vivere autonomamente senza l'aiuto né dei servizi sociali né di Caritas. Basterebbe appunto sbloccare, come dicevo, la mancanza di fiducia che si è creata.

Alessandro: Dinanzi a un simile scenario, quanto è difficile essere al servizio di chi ha bisogno e, al contempo, quanto è fondamentale?

Livia Brembilla: Noi come operatori, come Caritas viviamo le difficoltà che vivono tutte le persone. Crediamo, però, in maniera sicura e condivisa che sia sempre più importante mantenere alta l'attenzione su temi di cui spesso ci si dimentica per accompagnare le persone affinché poi non vengano più da noi. Sembra banale ma in realtà l’aiuto non viene mai trattato in questo modo, quindi bisogna fungere un po' da pungolo alle istituzioni pubbliche e anche agli enti del terzo settore per svolgere un servizio di advocacy che ci porti a lavorare con un certo stile. Inoltre aiutare le persone in ottica progettuale per noi è diventato prioritario, è il nostro focus, ce lo poniamo come obiettivo in tutte le azioni che facciamo. 

Quindi avere a che fare con le persone in condizioni di fragilità, di povertà non è semplice, necessita di molta pazienza, tenacia e richiede di lasciare sempre la porta aperta, cosa che non è scontata ed è anche difficile da attuare. Non siamo perfetti quindi a volte sbagliamo anche noi.

Caritas aiuta tutti senza distinzione di genere, di razza, di credo e continuerà a farlo nonostante le difficoltà e il fatto che venga lasciata da sola in determinate situazioni scomode non implica che noi viviamo con facilità tali situazioni, ma continuiamo a dirci che  lo dobbiamo fare perché se non lo facciamo noi non c'è più nessuno. Questo non vuol dire che siamo paladini della giustizia o che siamo indispensabili ma ci rendiamo conto che per come si è evoluta la società stiamo arrivando a delle situazioni per cui si ignorano una serie di problemi e quindi di fatto noi rappresentiamo l'ultima spiaggia. Ci siamo detti che finché ci saremo noi non ci tireremo indietro.

Alessandro: Guardando ai volti di chi bussa alle vostre porte oggi, qual è la preoccupazione più grande di chi si rivolge a voi?

Livia Brembilla: Le persone che si rivolgono spesso ai centri di ascolto parrocchiali o diocesani arrivano chiedendo questioni molto concrete: devono pagare la bolletta, li stanno sfrattando, hanno bisogno del pacco alimentare perché lo stipendio non basta per arrivare a fine mese. Quindi la prima richiesta alle Caritas è sempre una richiesta operativa, cioè di beni materiali.

Da quella prima richiesta scaturiscono dei colloqui e degli ascolti che però fanno intuire spesso problematiche molto più grandi e le persone altrettanto spesso non si accorgono di avere una serie di fragilità che le portano ad avere quei tipi di problemi pratici. Accade che le persone non abbiano gli strumenti o facciano fatica ad organizzare le loro entrate economiche. Questa situazione è molto diffusa: si hanno entrate economiche che non si riescono a gestire o che si gestiscono male, si hanno delle dipendenze che non riescono a rilevare. Il gioco d'azzardo è molto diffuso nella nostra provincia ma viene rilevato pochissimo. In particolare, le persone non pensano di avere quel tipo di problema nonostante spendano buona parte dello stipendio per tentare la fortuna.

Oppure vi sono difficoltà legate alle relazioni familiari o anche alla povertà di strumenti nelle relazioni familiari e nella gestione dei figli.

I problemi non arrivano mai soli, spesso le persone hanno più problemi che si sommano e che contribuiscono poi all'affaticamento.

Poche persone chiedono aiuto psicologico perché stiamo parlando di persone che fanno fatica a leggersi e quindi hanno bisogno di essere proprio accompagnate in alcuni pezzi della loro vita quotidiana prima di arrivare ad un accompagnamento psicologico. Questo in particolar modo vale per le famiglie italiane. Le famiglie straniere hanno ancora oggi - e questo è un tema molto forte che non riguarda solo Caritas ma in generale la società italiana - il grossissimo tetto di cristallo del fatto che sono stranieri: Questo determina tutta una serie di difficoltà che le persone italiane non vivono, nonostante magari abbiano più strumenti, più capacità e siano anche più istruiti  delle persone italiane. Per il fatto di essere stranieri, però, trovano dei blocchi burocratici e anche reali nella vita che li fermano. Basti pensare alle percentuali di dirigenti non italiani all'interno delle aziende anche solo della nostra provincia; è una percentuale infima dello 0,01%. Quindi vuol dire che c'è un problema perché sia in Italia che nella nostra provincia l'immigrazione stabile esiste da più di 40/50 anni per cui abbiamo ormai le seconde, le terze generazioni. Noi vediamo in maniera molto forte questa cosa, soprattutto a livello di centri di ascolto del territorio, quindi quelli parrocchiali dove arrivano proprio di fatto le problematiche delle famiglie. Quindi c'è un sempre uno iato tra quello che viene richiesto e i bisogni che vengono rilevati dagli operatori e dai volontari che poi piano piano accompagnano le famiglie anche per per lungo tempo. C’è sempre una fetta di persone con problemi cronici nel senso che hanno problemi attivi da moltissimo tempo e che quindi vanno aiutati in maniera diversa e spesso, soprattutto, in accordo con i servizi sociali perché appunto Caritas è una parte di un lavoro che deve essere necessariamente di rete sulle persone.

Alessandro: C’è oggi una emergenza solidarietà?

Livia Brembilla: Nella nostra provincia io lo escluderei o quantomeno non la metterei in questi termini. Si è modificato il modo di essere solidali e il modo di fare volontariato e lo abbiamo visto ancora con l'emergenza Ucraina:  moltissime persone si sono attivate, si sono date da fare nelle settimane immediatamente successive allo scoppio del conflitto; noi abbiamo ricevuto tantissime proposte di volontariato, di aiuto e abbiamo avuto davvero una mano enorme da centinaia di volontari. Il tema odierno però che tocca anche molti altri ambiti, non solo il volontariato è proprio la tenuta: dopo un po' di tempo la parte emotiva cala quindi la motivazione cala e quindi sono meno le persone che scelgono di continuare ad aiutare, a fare volontariato. Oggi il volontariato in una parte di persone non è più di appartenenza ma è basato su piccole e spesso brevi esperienze che permettono di incontrare alcune fragilità e di comprenderle senza però scegliere di dedicarsi per più tempo.

Poi ci sono ancora i volontari che invece con il loro prezioso contributo scelgono di dedicarsi e di dedicare tempo costante ad un servizio, ad una causa e quindi aggiungono valore a quel servizio che accoglie o che sfama o che sostiene delle fragilità.

Però è proprio cambiato il modello anche nelle nuove generazioni per cui non dobbiamo avere un atteggiamento di sfiducia; dobbiamo capire come prendere questo nuovo paradigma e fare in modo che sia fruttuoso per chi lo vive e anche per chi lo riceve.

Non parlerei di emergenza di solidarietà perché sarebbe ingrato nei confronti di una provincia che si è ampiamente attivata ultimamente proprio per l'emergenza Ucraina.

Alessandro: Fornite anche supporto psicologico?

Livia Brembilla: Dal punto di vista dell'emergenza ucraina noi abbiamo attivato un servizio in accordo con l'ordine degli psicologi emdr della provincia di Bergamo. Si tratta di un servizio di accompagnamento psicologico per le persone ucraine che sono state accolte nelle diverse comunità parrocchiali della provincia per cui è attivo e tutti quelli che ne hanno fatto richiesta o le parrocchie, che hanno cominciato a chiedere un sostegno perché vedevano una serie di problematiche, ne hanno usufruito e ne stanno usufruendo.

Invece per le persone che si rivolgono ai centri di ascolto e che chiedono aiuto psicologico, noi abbiamo un accordo con il consultorio diocesano che si chiama Scarpellini per poter permettere alle persone di fare dei consulti e di usufruire della possibilità dalla regione Lombardia di avere 10 colloqui gratuiti per tutti i cittadini lombardi all'interno dei consultori pubblici e accreditati. Per cui noi utilizziamo molto anche questo strumento per iniziare ad inviare le persone verso queste strutture.

Alessandro: Lo scopo di questo progetto è quello di creare una rete, di spingere una collaborazione fra gli enti. Dunque un ringraziamento particolare va a Livia Brembilla per tutte le informazioni. Buon lavoro!

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