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Mezz'ora con...
Don Francesco Della Monica

Direttore Caritas Diocesana Amalfi - Cava De' Tirreni

PUBBLICATO IL: 01 LUGLIO 2022

I temi trattati durante la video intervista sono:

Gestione dell'Emergenza Sociale
Povertà Giovanile
Prospettive per il Futuro

5 LUGLIO 2022 - Ore 11.00 - Incontro Online

Una breve video intervista al Direttore della Caritas Diocesana Amalfi-Cava De' Tirreni per condividere le esperienze fatte nel periodo dell'emergenza sanitaria dovuta al Covid nel territorio diocesano.

Emergenza sociale, povertà di giovani e bambini e prospettive per il futuro: tutto questo è stato affrontato con Don Francesco Della Monica.

Il Direttore della Caritas, Don Francesco Della Monica, ha risposto alle domande di Alessandro Germano del team di CariGest.

L'intervista è stata trasmessa e può essere rivista gratuitamente su carigest.it, oppure è possigile leggerne la trascrizione in questa pagina.

Clicca su Play per guardare la registrazione

Se vuoi puoi anche leggere la trascrizione dell'intervista in questa pagina o ascoltarla sul nostro Podcast Spotify

Di seguito puoi leggere la trascrizione dell'intervista

Alessandro: Don Francesco, parroco della parrocchia S. Maria del Rovo di Cava de' Tirreni e direttore della Caritas Diocesana di Amalfi - Cava de' Tirreni, è particolarmente attento ai bisogni dei parrocchiani e dell'intera diocesi, e a questo proposito oggi parleremo con lui della situazione attuale, conseguenza dei difficili eventi che negli ultimi 2 anni hanno travolto l'intera collettività mondiale, e delle azioni da intraprendere per contrastarla e dare supporto a chi ha maggiore necessità.

Servizi pubblici, assistenza - anche dal punto di vista sanitario -, povertà e sostegno per chi vive una condizione di difficoltà economica e sociale. Stando agli obiettivi che Caritas si pone e agli studi che fa sul territorio campano quali sono i nuovi numeri, i nuovi dati?

Don Francesco Della Monica: Noi partiamo da un posto di solito molto conosciuto, la costiera amalfitana, quindi quando si parla di difficoltà e povertà nella nostra zona non sempre è facile inquadrare il contesto poiché di solito si immagina il turismo e la bellezza dei posti. Però a queste realtà che sono effettive corrispondono anche tanti limiti dovuti in primo luogo ad una disorganizzazione locale che continua ad annaspare e di conseguenza a portare le sue negatività ed in secondo luogo alle difficoltà generate da tutto quello che stiamo vivendo. Nell’ambito citato i numeri iniziano a crescere sempre di più. Prima della Pandemia, che è ormai da considerarsi uno spartiacque, c’era questa difficoltà, ma era più sommersa. Ad oggi vediamo una crescita vertiginosa  della difficoltà di famiglie, di giovani, del mondo del lavoro in accordo con la costante nazionale e globale. 

L’altro elemento che ha creato la Pandemia è la velocità con cui cambiano i dati poiché si tratta di fragilità che stanno progressivamente emergendo, dunque non voglio soffermarmi su un numero preciso. Posso attestare, però, che negli ambiti sanitari, sociali, lavorativi, famigliari è aumentato il numero di coloro che si rivolgono alla Caritas: c’è ora una percentuale di richieste da persone che non si erano mai rivolte alla Caritas che sale a più del 5%. Per la nostra Caritas diocesana che copre un territorio vasto ma con numero di abitanti abbastanza basso, il 5% di richieste in più comporta un dato di allerta importante.

Alessandro:
Con la Pandemia siamo entrati in un periodo di emergenza sanitaria a cui ha fatto scorta un’emergenza di tipo sociale. Hai dichiarato che "Molte [sono] le nuove e vecchie povertà: solitudine, emarginazione, crisi ansiose e psicologiche, inadeguatezza alle situazioni, alimenti, fitti, utenze domestiche, spese sanitarie [...]" Alla luce di questo ad oggi si parla ancora di emergenza sociale? Stando ai dati, chi sono le persone più colpite e che si sono trovate in povertà?

Don Francesco Della Monica: Bisogna fare un salto indietro per capire il contesto generale: nel 2012 il Presidente del Consiglio in carica, Mario Monti, in un’intervista parlò della “noia del posto fisso”. Ritorno a quest'espressione che viene fuori dall’emergenza della crisi economica di quei tempi, perché è da considerarsi la prefigurazione di quanto stiamo vivendo oggi: il mondo del lavoro ha iniziato ad avere persone di 45 anni che erano troppo giovani per andare in pensione e troppo anziane per essere impiegate con al conseguenza che alla perdita del posto di lavoro faceva seguito la totale esclusione.

Abbiamo poi una difficoltà che coinvolge i giovani che sono sempre più svantaggiati nella formazione; infatti abbiamo visto un crollo degli investimenti sul mondo della cultura e della formazione. Il lavoro è stato depotenziato, molto tassato e allo stesso tempo privo di risorse da parte dello stato. 

Tutta quella dinamica legata alla crisi economica degli anni passati che oggi ci sembra forse dimenticata e lontana, invece è diventata l’anticamera della crisi sanitaria attuale. Questa crisi che ci ha visti piombare all’improvviso un dramma sconosciuto e ha prodotto quelle realtà che da due anni stiamo costantemente sentendo e di cui siamo stati bombardati da qualsiasi organo di comunicazione. Questo ha portato alla nascita di nuove povertà. Abbiamo iniziato a vivere delle dimensioni diverse rispetto a quella che era la nostra quotidianità e questo ha prodotto l'emergenza che tuttora stiamo vivendo e che viene acuita e amplificata dalla guerra in corso. 

Abbiamo iniziato a vedere la difficoltà soprattutto di chi viveva l’esperienza del lavoro tramite contratti non regolari. Allo stesso modo, la difficoltà è stata dovuta all’offerta del territorio alla frequente mancata possibilità di assumere. La mia non vuole essere una polemica, ma una considerazione perché se da un lato un’azienda deve sostenere ingenti costi per assumere, d’altra parte non vi sono investimenti ben mirati e di effettivo sostegno. Se si investe solo sul Reddito di Cittadinanza, che a mio avviso è una misura ottimale impiegata molto male, le persone si trovano in difficoltà. 

Benché il governo abbia investito tantissimo le misure adottate sono arrivate a coloro che in precedenza svolgevano mansioni regolamentati da certa forma ed è stato effettivamente giusto così. Chi non era garantito da questi aspetti, invece, si è trovato in totale difficoltà.

Le persone hanno iniziato a dover vivere anche la difficoltà di chiedere aiuto. Questo rivolgersi alla Caritas è stato drammatico perché chi non era abituato non l’ha fatto con  semplicità e si è ritrovato a dover convivere anche con delle complicazioni interiori, psicologiche. Complicazioni che hanno toccato tante persone, tra cui gli anziani che sono rimasti soli e ancora più soli. Quindi questa difficoltà generata dalla paura del Covid, dalla solitudine, dall'individualismo. ha minato ancora di più la nostra società creando nuove povertà. 

I giovani invece sono stati riversati nel mondo del virtuale. Queste nuove forme di povertà che toccano l’uomo nella sua totalità hanno creato delle ferite che purtroppo avranno un caro prezzo per rimarginarsi anche perché credo che ci troviamo ad affrontare una difficoltà che non è ancora conosciuta. Papa Francesco ci ha esortato dicendo che vanno abbattute le periferie esistenziali, bisogna riportare l’uomo al centro dell’attenzione, lasciar cadere le logiche prettamente e meramente economiche. Stiamo vivendo tutto ciò anche ora con la guerra che sta portando a vedere aumenti vertiginosi e conseguenze difficili.

Io credo che le nuove povertà si stiano generando velocemente e giorno dopo giorno perché l’uomo ha assolutizzato dei concetti e quindi ha snaturato la stessa importanza dell’umanità. Tanti sostengono che l’uomo si autodistruggerà. Credo che se dovessimo continuare su questa linea, pensate anche alle difficoltà nel mondo della natura, alle problematiche ambientali, questo potrebbe essere l’epilogo. Quindi la nuova povertà che si sta generando è quella che parte dall'interiorità dell’uomo e che lo sta spingendo sempre di più su un baratro per cui è necessaria una radicale inversione di rotta.

Alessandro: In che modo le nuove povertà hanno toccato anche i giovani e i bambini?

Don Francesco Della Monica:
Questo poco investire: nel periodo della Pandemia sono stati fatti investimenti quali i banchi girevoli, tralasciando invece quelli su professionalità, su docenti. Io oltre ad essere Direttore di Caritas sono anche Parroco nella zona cavese e nella zona costiera quindi ho un contatto diretto con queste due realtà. Nella zona cavese dove la parrocchia è di 5.000 abitanti c’è una relazione maggiore con i giovani e molti dei ragazzi che si laureano con tanti sacrifici poi iniziano ad avere difficoltà a trovare lavoro spesso perché viene loro offerto un contratto ambiguo. Il mondo dei giovani viene toccato da questa crisi perché accade che vi sia un baratro  tra ciò che viene proposto ed il reale. Allora chi lascia determinati ambienti dove si è protetti, accompagnati e trova una giungla dove tutto è effimero, dove tutto è immagine, incorre in una delusione che poi tende a demotivare. Si parla, infatti, molto dei NEET. Quindi io credo che il dramma che ci troviamo ad affrontare sia questo: la non capacità di mantenere ciò che viene proposto.

Per quanto riguarda i bambini, le famiglie che ritornano a lavorare non hanno quei servizi che possono aiutarli a conciliare l’essere bravi genitori con l’essere dei lavoratori. Gli asili spesso sono privati e chi non riesce a pagare certe rette è limitato. Prima c’erano i nonni, oggi anche questa fascia inizia ad avere delle difficoltà. Chi è  preposto a dover offrire certi servizi non lo fa oppure lo fa male. Dunque io credo che l’investimento deve essere una modalità di conversione nel senso che non bisogna fare progetti senza un effettivo scopo. Bisogna, invece, investire per portare su la professionalità, dare la giusta paga a chi lavora e deve essere tutelato. Questo può rappresentare  un aiuto anche per superare l’impossibilità economica di avere dei figli. I giovani spesso additati come quelli che non vogliono far niente, ma non è così.

Il Reddito di Cittadinanza è una misura straordinaria perché per la prima volta si tende a garantire a chi ha meno risorse di avere un supporto, ma è impiegata malissimo. Sono stati distribuiti i redditi ma il lavoro, l’offerta del lavoro non c’è. Questa modalità è il vero ramo secco da tagliare. Investiamo però impegniamoci a fare le cose in una maniera più scrupolosa, cercando di tutelare chi lavora effettivamente.

Un altro dato importante è che la nostra Caritas diocesana prima della pandemia non aveva molte richieste di aiuto alimentare. Dalla Pandemia la richiesta è aumentata e questo è un elemento catastrofico perché indica che non si riesce a provvedere neanche al necessario. Credo che una società civile, democratica, che fonda i suoi presupposti, anche da carta costituzionale, sul diritto al lavoro ed allo stare bene, sia invece in difficoltà dati questi risultati.

Alessandro: Ha dichiarato poco tempo fa che "A una pandemia di tali dimensioni è necessario rispondere con una pandemia di carità.” Alla luce di quest’analisi come si interviene sul territorio di Amalfi-Cava De Tirreni? Quali le opere da portare avanti?

Don Francesco Della Monica: Come Caritas siamo delle sentinelle; la nostra funzione principale è pedagogica e, quindi, di essere anche animazione del territorio. Lo scenario:"A una pandemia di tali dimensioni è necessario rispondere con una pandemia di carità” si è effettivamente realizzato perché uno degli elementi fondamentali del nostro territorio è la capacità di compenetrarsi nell’altro, quindi la compassione. C’è stata una grande risposta poiché nessuno è rimasto chiuso in sé stesso e ha cercato di dare una mano all’altro.

La nostra lettura del territorio ci ha portato a investire in quest’aspetto cercando di costruire sempre di più una rete dove le risorse di ognuno, nella diversità che può essere data da un’associazione, da una cooperativa, da un ente, potessero diventare una risorsa per tutti. Quindi una rete che metta insieme tutti i vari attori che si impegnano in maniera volontaria o professionale nel mondo della solidarietà. La generosità ha inondato il nostro territorio però non si deve fermare all’evento, altrimenti si corre il rischio di fare tanto, ma non in maniera sistematica. Invece la costruzione di una rete strutturata che riflette, ragiona, programma, organizza e ridistribuisce potrebbe essere un valore aggiunto, un mezzo forte in un contesto così delicato e fragile. 

Dunque il nostro territorio, la nostra Caritas diocesana, le Caritas parrocchiali  nel prossimo anno saranno invitate a ragionare su quest’aspetto. La modalità di azione con la quale vogliamo rispondere a questa Pandemia, alla guerra e a tutte le altre crisi che si stanno verificando e dovremo affrontare è questa: una rete più forte, una cooperazione, eliminare la sindrome del battitore libero e abbattere lo sfruttamento della solidarietà. Spesso sulla solidarietà si costruiscono vetrine anche politiche e, in questo senso,  io attacco la cattiva politica, non quella dove c’è il senso del servizio all’altro. 

L’obiettivo dunque è quello di costruire un’azione rivolta a chi è più fragile non per colpa sua ma per un sistema economico ingiusto non solo nel nostro territorio.

Alessandro: Quali sono le prospettive per il prossimo futuro?

Don Francesco Della Monica: Come Caritas diocesana grazie a Caritas Italiana e ai fondi dell’8x1000, stiamo realizzando un progetto particolare cioè la Cittadella della Carità. Abbiamo portato avanti un progetto particolare perchè aldilà di una struttura dove poter offrire dei servizi utili, abbiamo creato una cittadella dove la dignità, l’accoglienza, la bellezza la fanno da padrone. 

Ci siamo domandati se fosse giusto oppure no che una persona debba essere trattata in una certa maniera solo perchè si trova in un momento di difficoltà. Questo capitava sul territorio perché per quanto riguarda la liturgia ci sono delle chiese, per quanto riguarda la catechesi ci sono aule adatte e funzionali, ma quando si parla di carità si tratta sempre dell’angolino della chiesa più decentrato e meno visibile. Invece noi grazie anche alla concessione del nostro Arcivescovo, l’eccellenza Monsignor Orazio Soricelli, abbiamo ricevuto una struttura al centro di Cava, nel “salotto buono”, sotto l’episcopio. Questa struttura completamente ristrutturata, messa a norma, è diventata la nuova cittadella della carità dove c’è il dispensario dei farmaci, l’ambulatorio dove vengono offerte visite mediche con professionisti a titolo gratuito, l’emporio con il sistema della card quindi con la possibilità di scegliere prodotti. Non si tratta dunque solo di aiuto alimentare. Questo non per demonizzare l’aiuto alimentare, ma perché crediamo che chi entra nel nostro emporio debba avere la sensazione di entrare in un supermercato a tutti gli effetti e quindi debba poter trovare quei prodotti comuni tra cui quelli per l’igiene della persona, per la casa, per la scuola. Questo affinché la persona non diventi semplicemente un mero destinatario di aiuto, ma affinché tramite un aiuto effettivo la persona sia chiamata a scegliere e a gestire tale supporto.

Infine ci occupiamo di tutti i vari servizi che già la Caritas offre: supporto psicologico, sportello legale, servizio policoro che guarda ai giovani anche per l’aspetto del lavoro, il Centro d’Ascolto, l’aiuto contro le dipendenze, contro al violenza, la capacità di accompagnare le persone aiutandole a capire una giusta gestione del bilancio familiare. 

Non è sempre facile, stiamo trovando un po' di resistenze, un po’ di problemi, ma stiamo andando avanti. 

Sabato 09 luglio, sarà il primo anniversario della nostra cittadella. Ci troviamo, dunque, in una dinamica nuova ma come il Papa ci ha ricordato nel 50esimo di Caritas: “C’è bisogno di creatività” e noi stiamo cercando di vivere la solidarietà, la pedagogia della vicinanza al prossimo con creatività. 

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