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Mezz'ora con...
Diacono Michele Vomera

Vicedirettore Caritas Diocesana Oppido Mamertina - Palmi

PUBBLICATO IL: 15 LUGLIO 2022

I temi trattati durante la video intervista sono:

Emergenza Lavorativa
Migrazione e Lavoro
Prospettive per il Futuro

20 LUGLIO 2022 - Ore 11.00 - Incontro Online

Mezz'ora con... questa volta affronterà i temi dell'emergenza lavorativa, del fenomeno della migrazione dovuta al lavoro sul territorio di Oppido Mamertina - Palmi (RC).

Il Vicedirettore della Caritas, Diacono Michele Vomera, risponderà alle domande di Alessandro Germano del team di CariGest.

L'intervista è stata trasmessa e può essere rivista gratuitamente su carigest.it, oppure è possigile leggerne la trascrizione in questa pagina.

Premi Play per far partire la registrazione!

Se vuoi puoi anche leggere la trascrizione dell'intervista su questa pagina o ascoltarla sul nostro Podcast Spotify

Di seguito puoi leggere la trascrizione dell'intervista

Alessandro: "Mezz'ora con..." è lo spazio di CariGest dedicato a incontrare chi, come il nostro ospite di oggi, Michele Vomera, svolge un ruolo sociale importante offrendo la propria opera e il proprio contributo per fare la differenza nella comunità.

Michele Vomera, laureato in Economia Aziendale, è Vice Direttore della Caritas Diocesana di Oppido Mamertina Palmi dal 2017, Direttore dell'Ufficio Migrantes per la stessa Diocesi e referente per la Caritas Interparrocchiale di Gioia Tauro.

Michele Vomera è coinvolto in qualità di fautore, coordinatore o referente in molti progetti di carattere sociale e di sostegno della comunità. Vista la sua esperienza in questo ambito oggi parleremo con lui dell’attuale situazione di necessità e delle possibili soluzioni.

La Caritas Oppido-Palmi è impegnata nell’aiuto alle povertà che emergono giorno dopo giorno.
Anche a seguito del Covid che ha acuito certi fenomeni, spesso si sente parlare di “nuovi poveri” e di povertà legata al lavoro. Ci può spiegare in cosa consiste questa correlazione tra povertà e lavoro?


Diacono Michele Vomera: Noi abbiamo assistito a un aumento importante delle richieste di aiuto presso i Centri di Ascolto e le Caritas parrocchiali diffuse sul nostro territorio. Vorrei fare una piccola premessa: veniamo da un territorio che è quello del sud Italia e in Calabria già lavoro scarseggia e, oggi come oggi, poter trovare un lavoro a condizioni molto dignitose è difficile. La Pandemia naturalmente ha accentuato tutto questo ed è quindi da qui che nascono i nuovi poveri legati anche al ramo del lavoro. C'era molto lavoro sommerso che ancora oggi viene impiegato: manovalanza in nero. E quindi tutta quella parte che prima in qualche modo lavorava in nero oggi si trova a causa della pandemia ed anche ad altre forme di contrasto allo sfruttamento, a non poter lavorare. Questo per quanto riguarda lo sfruttamento è un bene poiché si ridà dignità al lavoratore, di contro vi è stato però un aumento dei nuovi poveri. Noi abbiamo visto presso i nostri Centri di Ascolto e presso le Caritas la richiesta d’aiuto di famiglie che mai ne avevano avuto bisogno in precedenza. Mentre prima avevamo degli assistiti che in qualche modo erano già all'interno delle nostre reti, oggi abbiamo visto che si sono rivolte a noi nuovi poveri. Persone e famiglie che prima tutto sommato vivevano in una condizione dignitosa che erano in grado di arrivare a fine mese; oggi invece a causa della Pandemia e della scarsità del lavoro nel nostro territorio le dinamiche sono cambiate. Quindi come Caritas noi siamo sempre attenti e cerchiamo di proporre un percorso di crescita affinché si possano superare questi questi limiti. Dunque cerchiamo di dare anche un input verso nuove metodologie di lavoro e verso una formazione che porti poi a nuovi lavori per questi utenti.

Alessandro: Sul vostro territorio, il territorio calabrese di Oppido-Palmi, vi interfacciate quotidianamente con il fenomeno migratorio. Sappiamo che state portando avanti progetti come  A.P.R.I., fiore all'occhiello tra i progetti di Caritas Italiana per la promozione dell'accoglienza e dell'integrazione e S.I.P.L.A., progetto cardine del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per la lotta allo sfruttamento lavorativo dei lavoratori immigrati, si tratta quindi di una questione ben conosciuta nella vostra realtà. Qual è il rapporto tra migrazione e lavoro?

Diacono Michele Vomera: Noi veniamo da un territorio che conta un alto numero di immigrati alcuni ormai in pianta stabile, altri lavorano stagionalmente, in particolare si trovano qui durante la stagione della raccolta e normalmente poi vanno via per altre mansioni dello stesso tipo altrove. Molti di loro però hanno scelto di restare e a loro attraverso i progetti citati, per esempio il progetto A.P.R.I., siamo riusciti a dare una seconda opportunità o meglio ancora un percorso di crescita, di integrazione affinché possano sentirsi parte della nostra comunità e non estranei.

Proprio sul tema del lavoro, grazie a dei tirocini formativi, abbiamo dato opportunità alle aziende di conoscere la persona, quindi anche il migrante che si rivolge per la prima volta a quella specifica modalità di lavoro. Abbiamo incrociato domanda e offerta affinché si creino posti di lavoro e la bella notizia è che alla fine del progetto, molti di questi tirocini sono andati a buon fine, cioè le persone coinvolte, siano esse immigrati o italiani, hanno trovato lavoro. Questa metodologia è replicabile su larga scala con costi molto contenuti ed è sicuramente molto bello vedere che chi aveva perso le speranze invece le ha ritrovate.

Se da una parte ci sono quei migranti in pianta stabile che hanno avuto l'opportunità di trovare una casa, trovare un lavoro o ne sono alla ricerca, dall’altra un grande dramma è quello dei migranti che abitano in dei ghetti che tutti conosciamo ma nessuno vede. Abbiamo la famosa tendopoli di San Ferdinado Rosarno, abbiamo il campo container a Rosarno, ma ci sono tante altre realtà nascoste che sono dei veri e propri insediamenti spontanei di migranti che però non abitano in condizioni dignitose. Il problema maggiore per i migranti sul nostro territorio è proprio quello della casa, dato la scarsità di case da affittare; molti vorrebbero rimanere ma non lo fanno per il problema dell’abitazione. 

Attraverso altri progetti, quale il progetto S.I.P.L.A.,  lavoriamo contro lo sfruttamento lavorativo, diamo  assistenza legale, proponiamo soluzioni alternative come quelle dei tirocini. Tante altre attività vengono svolte attraverso degli sportelli sia fissi che mobili dove accogliamo, cerchiamo di dare delle parole di conforto e ci impegniamo a reindirizzare le persone verso la nostra rete. Noi facciamo rete con molte altre associazioni, Croce Rossa, per citarne una, oppure con il sindacato, la CGIL lavoriamo tantissimo sul nostro territorio. Abbiamo gli avvocati di strada e diverse altre cose che fanno rete e che in qualche modo danno aiuto a chi si rivolge a noi.

Alessandro: Come si interviene per cambiare fattivamente le cose? Sicuramente le forme di assistenzialismo sono necessarie ad approcciare le dinamiche di cui abbiamo parlato, ma c’è qualcosa in più che bisogna fare per favorire lo sviluppo delle persone che attualmente si trovano in condizioni di fragilità?

Diacono Michele Vomera: L'assistenzialismo è fine a se stesso. Bisogna farlo, bisogna aiutare nel momento in cui la persona si rivolge alla Caritas e bisogna fargli vedere quello che di positivo c'è. Non possiamo, però, limitarci solo all'assistenzialismo; dobbiamo essere come dei bravi genitori che prendono il proprio bambino e lo accompagnano fino a che non cammina da solo. Quindi chi si rivolge a noi bisogna che sia accolto, che riceva un primo sostegno e dopo di che noi dobbiamo promuovere  e, attraverso la rete, accompagnare il reinserimento all'interno del mercato del lavoro oppure la scelta di nuove strade che in quel momento a causa del proprio disagio non riescono a vedere. 

Si può fare e si deve fare tanto e l'assistenzialismo deve essere d’aiuto ma poi bisogna che troviamo delle strade concrete.

La forma del lavoro è la forma più dignitosa. Dunque riuscire ad offrire un'opportunità di lavoro soprattutto ai giovani ma anche a chi a causa della pandemia o di altre problematiche ha perso il lavoro, significa trovare una soluzione. Molte volte alla Caritas arrivano proprio richieste di lavoro e accade anche che si rivolgano a noi aziende in caritas interessate a determinate figure. Bisogna, dunque, insistere sulla formazione e creare figure professionali affinché le aziende possano trovare tali determinate figure. 

Oggi si parla tanto dei NEET, i giovani che non hanno una prospettiva di lavoro e di futuro. Su di loro noi spendiamo molto affinché possano avvicinarsi al mondo del lavoro e trovare una strada.

Alessandro:  Alla luce di tutti i punti toccati fin qui, quali sono le prospettive per i giovani ad oggi?

Diacono Michele Vomera: Abbiamo diverse esperienze positive per cui grazie a delle sinergie tra aziende e Caritas, attraverso tirocini formativi o anche solo un primo colloquio, abbiamo potuto dare l'opportunità a vari giovani di affacciarsi per la prima volta al mondo del lavoro. Soprattutto a questa prima volta è importante perché da lì si inizia un percorso di acquisizione di conoscenze.

La Caritas fa tutto questo e le nostre prospettive per il futuro sono molto belle, ci siamo dati delle direttive per i prossimi passi. Molti giovani qui in Calabria vanno via poiché non vedono. Invece noi cercheremo di portare avanti un motto: “resto perché ci credo!”.  Restiamo qui per creare la terra che vogliamo che un giorno i nostri figli ritrovino. Ecco allora che di prospettive ce ne sono molte e cercheremo nel concreto, attraverso progetti, di portarne avanti molte. 

Come Caritas stiamo cercando di portare avanti un ufficio di studio proprio per intercettare progetti o azioni concrete che la società civile mette a disposizione per poi portarle a conoscenza dei giovani. Un esempio risale a qualche mese quando abbiamo intercettato e riproposto il bando regionale “Attiva Calabria” che metteva a disposizione tirocini formativi, borse lavoro e formazione per i giovani da 35 anni in su. Abbiamo potuto notare che poi alcune persone che si erano rivolte ai nostri Centri di Ascolto sono state inserite e questo significa poter dare un'opportunità a chi ha perso le speranze.  

La nostra terra è piena di risorse, bisogna che si intercettino e si mettano a disposizione di tutti. 

Proprio a fine giugno Caritas Italiana aveva messo a disposizione un bando per la creazione di nuove imprese rivolto ai giovani. Noi lo abbiamo lanciato attraverso anche i nostri canali e all'aiuto del progetto Policoro e abbiamo inserito una domanda in particolare per cui un giovane del nostro territorio vuole creare, attraverso nuove tecnologie derivate dagli animali, prodotti per la cosmesi. Questo è molto importante nella prospettiva che il prodotto che prima doveva essere comprato altrove può essere elaborato e quindi anche consumato sul nostro territorio. Speriamo che il progetto possa avere un futuro sia per il giovane che per la nostra terra

Alessandro: Per quanto riguarda i volontari qual è la vostra organizzazione? Quali sono le risorse che avete dato il territorio vasto e il grande lavoro da fare?

Diacono Michele Vomera: Ogni volta che parliamo di Caritas non si parla di me o del direttore; la Caritas sono i volontari che hanno un nome, un volto ed è grazie a loro che tutte le opere di volontariato si portano avanti. Quindi vorrei permettimi di dire un grazie a tutti quelle persone che quotidianamente si mettono volontariamente a disposizione del prossimo perché non è scontato fare carità se non c'è chi concretamente mette le mani in pasta.

Noi abbiamo 66 parrocchie in tutta la diocesi, abbiamo più di 400 volontari che sono distribuiti nelle varie parrocchie e quindi che tutti i giorni affrontano le richieste che arrivano dal territorio; sono proprio loro il cuore e l'anima delle Caritas e senza di loro non si farebbe niente, quindi grazie di vero cuore.

Quando parliamo di Caritas parliamo di volontariato e anche del supporto del Vescovo ed alla fiducia che tutti i giorni ripone in noi.

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